Giuseppe Ajmone nasce nel 1923 a Carpignano Sesia, ma la sua infanzia viene segnata dalla morte prematura della madre, avvenuta nel 1931. Dopo il lutto, si trasferisce con il padre a Novara e, nonostante le difficoltà, completa gli studi e ottiene il diploma all’Istituto Magistrale nel 1941, poco prima della morte del padre in un incidente automobilistico. Nonostante le circostanze, nel 1941 entra all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove studia sotto la guida di Achille Funi e Carlo Carrà, due figure fondamentali nella sua formazione artistica. Funi lo introduce al classicismo, mentre Carrà lo stimola a esplorare le esperimentazioni del Futurismo e della Metafisica. Durante il periodo di studio a Brera, Ajmone entra in contatto con altri artisti promettenti, tra cui Bruno Cassinari, Alfredo Chighine, Gianni Dova e Cesare Peverelli. Questo periodo, segnato dalla vivacità culturale del quartiere di Brera, influenza profondamente il suo approccio all’arte. Nel 1944, il suo lavoro prende una direzione personale, ispirata al postcubismo, ma filtrata attraverso una lente emotiva e drammatica, come nel dipinto Ritratto di vecchia, che riflette la tragica atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. Nel dopoguerra, Ajmone si inserisce attivamente nel panorama culturale italiano, diventando uno dei fondatori della rivista d’arte Argine, che più tardi cambia nome in Numero e Numero-Pittura. In questo contesto, firma il Manifesto del Realismo nel 1946, cercando di teorizzare un realismo contemporaneo, ispirato anche dall’opera di Picasso, in particolare dal celebre Guernica. Nel 1947, Ajmone entra in contatto con importanti figure della letteratura e della cultura, come Cesare Pavese e Italo Calvino, grazie alla sua collaborazione con la Casa Editrice Einaudi. Ajmone si occupa della progettazione grafica e delle illustrazioni per le copertine dei libri della casa editrice, stabilendo un rapporto speciale tra pittura e letteratura. Nel 1948, Ajmone partecipa alla Biennale di Venezia e inizia a distaccarsi dal linguaggio picassiano, avvicinandosi invece al linguaggio di Georges Braque, con il quale esplora una pittura più lirica, come dimostrato dalle sue opere degli anni ’50. Viene premiato nel 1951 con il “Premio Senatore Borletti”, che gli apre nuove porte nel panorama artistico nazionale. Nel 1954, tiene la sua prima mostra personale a Milano alla Galleria Il Milione, dove presenta opere come Frutta e Paesaggio, in cui il postcubismo è reinterpretato in chiave più intima e cromaticamente espressionista. Negli anni successivi, Ajmone si concentra sulla rappresentazione della natura, in particolare del giardino urbano e delle sue trasformazioni stagionali, attraverso un uso delicato e sfumato dei colori. Si dedica anche ai nudi, un tema che caratterizzerà gran parte della sua produzione pittorica dal decennio successivo. Il suo interesse per il colore e la luce si intensifica, come evidenziato da opere come Nudo blu (1957). La sua ricerca si arricchisce con un viaggio in Spagna nel 1958, che influenzerà la sua pittura con paesaggi dal tono bruno e atmosferico. Negli anni ’60, Ajmone continua a espandere i suoi orizzonti culturali, partecipando alla Biennale di Venezia del 1962 con una sala personale, dove espone nuove opere come Il grande fiume. In quest’opera, l’artista non cerca di rappresentare un luogo specifico, ma si concentra sulla trasfigurazione del paesaggio attraverso la luce e il colore. Questo approccio introspettivo e lirico sarà una costante nella sua carriera. Negli ultimi anni della sua vita, Ajmone continua a esplorare il rapporto tra l’arte e la letteratura e ad approfondire il linguaggio pittorico, sia nei suoi nudi che nei paesaggi. Muore a Romagnano Sesia, il 8 aprile 2005, lasciando un’eredità significativa nella scena artistica italiana, caratterizzata da una ricerca costante e profonda del colore, della forma e della luce.