Stefano Di Loreto è un pittore e scultore pluripremiato che vive e lavora in Italia, con studi a Francavilla al Mare e Roma. Le sue opere sono state esposte in importanti eventi artistici nazionali e internazionali, dalla Biennale di Venezia del 2017 a città come Firenze, Napoli, Milano e Roma. Hanno anche raggiunto centri artistici globali, tra cui Dubai, New York, Miami, Parigi, Liverpool e Amsterdam. Di Loreto è un artista acclamato che utilizza la sua creatività come strumento per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi cruciali come l’emergenza climatica, l’inquinamento e la globalizzazione. Allo stesso tempo, stimola una profonda introspezione sull’essenza del tempo, della coscienza e dell’etica nell’umanità contemporanea. La sua cifra artistica, definita “Decostruzione Concettuale”, è caratterizzata da sferzate di colore che rompono e smantellano oggetti simbolici, sottolineando l’intento di decostruire i concetti ed evocare pensiero critico e riflessioni profonde. Attraverso questa tecnica unica, l’orologio, simbolo del tempo meccanico e dello stress, si trasforma in un ammasso di ingranaggi non funzionanti, restituendo il tempo dell’anima e della natura. Metaforicamente, le sue opere distruggono le nanoparticelle tossiche presenti nell’aria, rivelando fino a che punto l’umanità abbia inquinato il pianeta. “I vestiti nuovi dell’imperatore” è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta il 7 aprile 1837. Spesso questa favola viene erroneamente conosciuta come Il Re è Nudo. La storia la conosciamo un po’ tutti, perché affonda le radici in antichissime tradizioni popolari. Un imperatore è così vanaglorioso da non accorgersi di essere stato truffato da due sedicenti tessitori, al punto da credere di indossare abiti di stoffa impalpabile, quando invece è nudo, e il popolo è così servile, così omologato da fare finta di non avvedersene. Solo la purezza di un bambino scoprirà l’incomprensibile, vigliacca cecità intellettuale di tutti, governanti e governati, additando il Re e urlando: “È nudo!”. L’arte di Stefano Di Loreto presenta la rara forza dell’identità qualitativa: questa consiste, allo stesso tempo di un processo estetico, di una personalità estremamente intellegibile, e in un aspetto simbolico che, nella sua narrazione semantica, è più sociale che concettuale. Questi due aspetti, forma e contenuto, sono indistinguibili, sovrapponibili; è in questo senso che possiamo parlare di identità qualitativa dei due “oggetti mentali” delle opere di questo artista: la tela e il suo significato, cardini che fanno delle sue opere un unicum che colpisce. Intorno alla centralità di questi due aspetti va dipanata l’analisi sull’operato di Di Loreto, soffermandosi prima sul ruolo del pensiero che l’artista pone nelle sue opere, per poi trovare il suo corrispondente, l’identico, come lo abbiamo definito, lo sviluppo estetico. Non è azzardato accostare l’intento interiore di Stefano Di Loreto e della sua arte nel cercare di mostrare a tutti, indicando col dito della mano, così come fa il bambino della favola con i suoi occhi innocenti, che il Re è nudo, ovvero il cercare di mostrare a tutti che c’è qualcosa che non va, che tutti vediamo, che tutti ce ne accorgiamo, ma che tutti fanno finta di non vedere; nelle sue opere l’artista ce ne parla con autentica eleganza ascetica. La vanagloria dell’uomo e la distruttività di questo sentimento sono state cantate dalla letteratura sin dai tempi remoti, ma è la potenza che l’uomo ha oggi a rendere pericoloso il percorso della modernità, a creare problemi che minano il senso di Umanità. Ecco allora che le opere di Stefano di Loreto hanno temi molto precisi e pungenti, come le frustate con le quali questo artista vibra il colore sulle sue tele, temi molto “politici”, quali la globalizzazione, l’economia, l’alimentazione, temi più propriamente sociali, come la comunicazione, o temi dal valore più ontologico, come il tempo, e L’Humanitas, appunto. Il confronto con questi argomenti si fa urgenza nel lavoro di Stefano Di Loreto. A differenza di molti moti e molti stili, va ascritta alla sua arte una caratteristica rara e differente: il suo non è un monologo, un voler affermare, sentenziare, accusare, ma è un atto di raccolta della realtà, perché sia presentata nuda al prossimo. La novità nel modo di concettualizzare di Stefano Di Loreto sta nel fatto che ciò che viene proposto nelle tele è un dialogo, inteso nel senso proprio dell’accezione delle origini: un confronto verbale che attraversa (dià, in greco) le persone, per discutere idee non necessariamente contrapposte con la parola (il logos). Tutti sappiamo come stanno le cose, ma ne dobbiamo parlare, perché è solo attraverso il dialogo che possiamo trovare una soluzione e questo è ciò che dicono le opere del nostro Artista. A questo punto, quindi, possiamo cogliere quell’importante aspetto della tematica di questo artista. Questo atto di “raccogliere la realtà”, nell’arte di Stefano Di Loreto, è concettuale e materiale, è ideologico e fisico. L’artista, infatti, prende realmente oggetti simbolo, frammenti concreti della nostra realtà per porli sulla tela: parti di orologi, banconote, pezzi di smartphone, sementi; oggetti che diventano i suoi significanti. Ed è in questo aspetto che si materializza l’identità qualitativa di cui abbiamo parlato, non c’è distinzione tra l’opera e il suo significato, sono due oggetti uguali della mente. L’arte di Stefano di Loreto non è denuncia, non è analisi, non è osservazione; è dialogo, necessariamente dialogo, è un purché se ne parli o meglio se ne discuta; è questa la peculiarità che rende differenti le sue opere ed è questo l’aspetto che ne genera l’estetica. Alcuni temi, con i quali Stefano Di Loreto parla nei suoi lavori, ruotano intorno ad una sua invenzione, la DECOSTRUZIONE CONCETTUALE, termine felice che sintetizza la filosofia dell’artista in una intuitiva aggregazione degli oggetti e dei significati che essi rappresentano; ciò sta ad indicarci (ancora una volta) che è solo decostruendo la realtà che possiamo riappropriarcene. È nell’atto simbolico della decostruzione di un telefono o di un orologio che possiamo sentire la presenza del rapporto che abbiamo con i nostri smartphone; è sempre attraverso lo stesso atto che possiamo dialogare con noi sulla natura del nostro rapporto con il tempo, condizionato dal giogo della contemporaneità. Decostruire, per Stefano di Loreto, significa osservare, smontare e analizzare l’oggetto della nostra osservazione (ad esempio il tempo, attraverso un suo significante: l’orologio) per poterne capire le parti e il tutto, per poter rendere quell’oggetto stesso pronto ad una potenziale ricostruzione su basi nuove, per poter migliorarlo o rifondarlo. Di Loreto ha sviluppato spontaneamente un modo di lavorare nella sua arte per progetti, procedimento particolarmente amato e tenuto in considerazione dal sistema arte contemporaneo. Nello sviluppo di un argomento, l’artista non si ferma alla realizzazione di una sola opera, ma ne compie un ciclo. Nelle opere create intorno a questioni sociali, come quelle dedicate al tema della Globalizzazione (12 opere dedicate, fino a oggi), attraverso l’uso di oggetti quali penne a sfera di plastica ordinate in modo seriale, viene proposta una riflessione sul pensiero unico (Pensiero Unico, titolo di 4 opere del tema dedicato). Sempre nello stesso ciclo, il pensiero del Gusto Uniforme (Gusto Uniforme, 4 opere) è realizzato mettendo in scena una fila di gelati nocciolati tutti uguali (si pensi intuitivamente a temi come la produzione industriale, la lontananza dalle produzioni artigianali). Ancora, attraverso l’apposizione sulla tela di cinghie di motore percepiamo il tema del lavoro, dei suoi costi e delle conseguenze delle dinamiche retributive che oggi portano masse di umani a sciamare tra i continenti (4 opere della serie: Globalizzazione, Lavoro a Basso Costo …); discorso sviluppato in un altro aspetto, questo, anche nel ciclo Humanitas con le opere dedicate all’immigrazione (Immigrazione, 4 opere), con le quali basta un piccolo pezzo di filo spinato per capire e far nascere il dialogo. In un’altra collezione, Alimentazione, Stefano Di Loreto ci propone sementi accanto a provette e spighe infilate in provette di laboratorio (Ricerca Mater, 5 opere); più simbolico di così non può essere. L’uso dell’oggetto sulla tela è materia estetica e simbolo L’eleganza delle opere di Stefano di Loreto non dà a vedere che la tensione creativa dell’artista è tutta tesa verso la ricerca di moderni archetipi, oggetti/icona che devono indicare immediatamente il loro ancestrale. Il suo operato assume, quindi, un valore catartico: affrontando un problema se ne comincia la liberazione. L’impianto visivo delle opere dell’artista, così armonicamente simmetrico, crea un’estetica molto personale, che si può ben definire “Di Loretiana”. Le sequenze formali, le penne bic in fila, la disposizione ordinatamente disordinata dei numeri, il supposto rigore delle fila di monete e banconote, ci appaiono subito “belle”, armoniose, stranamente familiari: questo risultato è frutto di una delicata e sapiente distribuzione aurea degli spazi, procedimento esoterico cercato, volto, anche in questo caso, a due significati, proporre bellezza e pensare alla bellezza (dell’uomo, del mondo). Il segno ricorrente, informale, che campisce la produzione di questo artista e che contraddistingue tutto il suo operato, è questa frustata, questa traccia, così avversa alla natura del dripping – da europeo quale è Di Loreto si trova più vicino all’Informale Europeo che all’Espressionismo Astratto Americano – e fonda la sua estetica sull’ampiezza delle proporzioni che alletta fortemente il senso del gusto visivo. Il colore dei suoi lavori ha Intrinsechi omaggi alla storia dell’arte: Schifano, Mirò, Kandinskij, l’Arte Calligrafica Giapponese, la Pop Art, Warhol e Arman, le tonalità della Scuola di Piazza del Popolo (ancora Schifano, Angeli, Festa). Di Loreto usa colori netti, chiari e luminosi (anche quando usa il nero riesce a farlo sembrare dalla parte della luce e non del buio). Tuttavia è con la dominanza del bianco, simbolo di candore e purezza, che rappresenta l’Humanitas, in grado, se vuole, di ritrovare sé stessa. L’ordine e la grazia dell’impatto visivo chiamano lo spettatore a parlare con le opere di Stefano Di Loreto. La frustata scuote e diventa linea raffinata della composizione pittorica e da atavico simbolo di violenza, si trasforma in forza, in segno vivido, in attenzione grafica e in monito. L’insieme di colori, oggetti e forme subisce quel processo magico, che solo un grande artista riesce a compiere: trasformare le idee in arte.